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venerdì, 27 Marzo 2026

Peaky Blinders, il film Netflix ‘The immortal man’ chiude la storia di Tommy Shelby

27.03.2026 – 10.00 – Il senso del nuovo film Netflix Peaky Blinders: The Immortal Man non risiede tanto nella storia che racconta, quanto nella necessità, ormai inevitabile, di chiuderne una giunta all’esaurimento del proprio personaggio principale. Questo film esiste come gesto finale, per conferire una volta per tutte pace a Tommy Shelby, pilastro fondante della serie, la cui vita narrativa si è intrecciata con le vicende sviluppate lungo sei stagioni e che lo hanno consumato progressivamente. Una fine per quest’uomo e per questa storia diventa inevitabile, anche perché è ormai impossibile costruire nuove trame capaci di avere la stessa forza delle prime stagioni: il personaggio è cambiato, è stanco, ha smesso di lottare. Quello che vediamo è infatti un film dalla trama prevedibile e debole, che si configura unicamente come un pretesto narrativo per arrivare a mettere un punto alla vita di Tommy Shelby. In questo senso, l’operazione è apertamente onesta: questo obiettivo si palesa in fretta e le due ore di visione sembrano esistere solo per accompagnare lo spettatore verso un finale che appare inevitabile e già metabolizzato – persino da Tommy stesso.

Tommy Shelby, proprio come una persona “vera” che si muove in un universo narrativo parallelo, viene segnato dagli eventi della vita: la sua evoluzione è determinata in modo irreversibile dalla morte di Grace, nella terza stagione, unico vero faro capace di mantenere in lui una fragile possibilità di salvezza, e dalle perdite che si susseguono nel tempo, alternate all’introduzione continua di nuovi conflitti. Per portare avanti questo personaggio in maniera coerente, gli autori non hanno potuto far altro che accompagnarlo verso una condizione di progressivo svuotamento, di totale disillusione, fino a lasciare spazio soltanto a una conclusione. È proprio da questa consapevolezza che nasce The Immortal Man, che però sceglie una strada debole per arrivare al suo obiettivo. Il film appare come una forzatura, un insieme di scene, personaggi e situazioni che faticano a trovare una vera anima. Nessuno sembra davvero definito, non c’è forza, né pretesto, né vera cattiveria nei nuovi personaggi messi in scena, come Duke (Barry Keoghan) e Beckett (Tim Roth). Il dolore risulta spesso costruito, quasi recitato, e nel tentativo di coinvolgere i fan vengono inserite numerose citazioni alla serie, al punto che questo Peaky Blinders finisce per diventare una sorta di imitazione di sé stessa. L’impressione generale è quella di un film che fatica a sostenere la propria durata perché non ha abbastanza sostanza da offrire.

E poi, proprio nel momento dell’esaurimento di questa storia, emerge spietata la penna di Steven Knight, che riesce con poche battute e senza eccessi a scrivere una scena capace di restituire tutta la complessità di Tommy Shelby. La frase “Once, I nearly got everything” – clamorosa citazione alla puntata 6 della seconda stagione, una scena in cui Tommy ha avuto per la prima volta timore per la sua vita, e per tutto ciò che avrebbe potuto perdere con essa – non è solo una chiusura (è di fatto una pugnalata al cuore), ma il riepilogo di tutto ciò che il protagonista ha avuto il privilegio di sfiorare, anche se forse solo per pochi e umani momenti.

Questo finale rappresenta dunque l’unico vero momento in cui il film riesce a essere all’altezza della storia che conclude. Proprio per questo, però, lascia un senso ancora più forte di occasione sprecata, perché dimostra chiaramente che sarebbe stato possibile costruire in modo molto più solido la storia che lo anticipava, facendone un film coinvolgente e non scontato.

[a.c.]

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