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giovedì, 1 Dicembre 2022

La storia del lazzaretto di Muggia (1869): tra “disinfezioni” e suffumigi

14.11.2020 – 08.30 – Un luogo di mercato, che sia un crocevia, una fiera itinerante, un porto o una città sulle vie carovaniere, si caratterizza per la sua intrinseca ambivalenza: proprio il suo essere luogo di passaggio, punto di incontro di più culture, nazioni e soprattutto interessi economici, lo rendono bersaglio prediletto di guerre ed epidemie. Il passaggio dei mercati non preclude il transito degli eserciti; anzi l’uno apre la strada all’altro. E a sua volta il passaggio in entrata e in uscita di merci e persone lo rendono bersaglio di malattie e morbi.
Il mar Adriatico rientra in questa categoria, per il suo essere via di transito e arrivo delle merci provenienti dal Mediterraneo orientale e ancor più in là dall’India e dall’Asia.
Non a caso proprio qui germogliarono le prime misure “scientifiche” contro l’epidemie, a partire dal primo lazzaretto, edificato nel 1377 dalla Repubblica di Dubrovnik/Ragusa. La sede era dapprima l’isola Mrkan, successivamente la penisola Danče, e infine Ploče.
Venezia, in fase di ascesa economica, la seguì a ruota con il primo lazzaretto nel 1403. Non a caso erano entrambe repubbliche che avevano fondato le proprie fortune sul commercio e il mare: marinare e mercantili. Lo sviluppo portuale tardivo di Trieste non la salvò dalle malattie infettive che affliggevano il Medio Oriente e l’Asia, giungendo fino ai Balcani. In particolar modo il traffico con l’Egitto esponeva ai rischi della peste bubbonica che aveva “culla perpetua nel Delta Nilotico“. L’ottocento, secolo di progressi scientifici, fu però accompagnato dalle continue ondate di colera che afflissero anche Trieste, sebbene per brevi periodi (tre, quattro mesi, il tempo di una stagione).
In assenza di un sistema igienico-sanitario efficiente, il colera era diventato endemico in oriente e sulla fascia costiera dell’Impero ottomano; paesi con i quali il commercio era attivo e fiorente, seppure con le difficoltà connesse all’epidemia. La stessa apertura del canale di Suez (1869), sul quale tanto aveva scommesso Trieste, si rivelò un’arma a doppio taglio.

Trieste sotto Maria Teresa: a destra il Lazzaretto S. Carlo, poi Lazzaretto Vecchio, a sinistra il Lazzaretto di Santa Teresa.

In quest’ambito Trieste realizzò tra settecento e ottocento tre diversi lazzaretti che risposero di volta in volta alle necessità di prevenire, controllare ed estirpare le diverse epidemie.
Il primo era il Lazzaretto di San Carlo o Vecchio (1731), del quale ancora sopravvive l’edificio centrale nell’ex Museo del Mare, in zona di Campo Marzio. Il secondo fu il Lazzaretto di Santa Teresa (1768), oggigiorno scomparso, capace di ospitare fino a 60-100 navi commerciali e porre in quarantena fino a 600 marinai.
La progressiva crescita di Trieste, anche a livello edilizio e ferroviario, la nuova “Meridionale” si sovrapponeva infatti al lazzaretto di Santa Teresa, impose la costruzione di un nuovo lazzaretto per il quale si scelse la destinazione di Muggia, all’epoca povero villaggio di pescatori.

Il lazzaretto, situato nella valle di San Bartolomeo, tra Punta Grossa e Punta Sottile, venne costruito tra il 23 marzo 1867 e il 19 marzo 1869. L’importanza di questa struttura, considerata all’epoca all’avanguardia in campo igienico-sanitario, fu confermata dalla visita dell’imperatore Francesco Giuseppe il giorno dell’inaugurazione. Non era solo una visita di cortesia, perché proprio l’Imperatore aveva ordinato che il lazzaretto di Muggia venisse gestito direttamente dall’Imperial Regio Governo Marittimo. La presenza del portale d’ingresso tolto dal lazzaretto di Santa Teresa suggellava in quest’ambito il collegamento imperiale col passato.

Stazione ferroviaria della meridionale e Lazzaretto di Santa Teresa (1870), Fototeca dei Civici musei di storia ed arte

Ma come funzionava il lazzaretto di San Bartolomeo?
La costruzione era divisa in una parte “netta” (sana) e una parte “sporca” (infetta).
Dopo aver superato un muro che divideva le due sezioni, la parte “sporca” presentava un gruppo di edifici sulla riva del mare, dipinti di giallo; rispettivamente una grande costruzione, con 55 stanze, destinata a ospitare i possibili infetti dove “spurgavano” lontano dai sani; accanto invece un parco alberato che mescolava sempreverdi e alberi da frutto. Un altro piccolo edificio, separato, ospitava il personale addetto alle disinfezioni delle navi in quarantena. C’erano poi dei magazzini dove lasciar “arieggiare” la merce e una vasca per la “disinfezione” degli animali vivi (sulle navi viaggiava anche il bestiame).
Una chiesa offriva un minimo di conforto, accanto a un piccolo cimitero.

Secondo lo studioso Euro Ponte, lo spazio destinato “all’espurgo delle mercanzie” consisteva in quattro magazzini, per un gran totale di 19500 metri quadri.
Occorre considerare come all’epoca non vi fosse in realtà un modo per “ventilare” le merci che non fosse lasciarle… “all’aria aperta”. I magazzini erano, per gli standard dell’epoca, ariosi, ma non vi erano altre misure che non fosse lasciare le merci in quel luogo per un tot di tempo a seconda di quale tipologia costituissero.
All’interno dei magazzini quattro locali erano invece destinati ai suffumigi; le merci erano disseminate nella stanza e nel mezzo una serie di contenitori (bracieri?) esalavano vapori di zolfo o di cloro. A seconda della tipologia di merce “infetta” dopo tot ore/giorni, si apriva un abbaino nel soffitto e si sgomberava dai vapori la stanza.

Una questione diversa erano le malattie tra gli animali, specie la temuta peste.
Un bacino lungo la riva permetteva di far entrare gli animali che venivano immersi e lavati con l’acqua salata; apposite valvole/dighe permettevano di far entrare e uscire la marea, in modo da svuotare la zona una volta che l’animale fosse pulito.
In questo modo venivano anche lavate le pellicce e la lana; già all’epoca infatti ci si era resi conto di come fossero un formidabile veicolo di contagio.
Le lamentele dei mercanti, perché la propria merce veniva in questo modo danneggiata irrimediabilmente e/o se ne ritardava la vendita, erano frequenti; i tempi stessi della quarantena, se eccessivi, potevano far naufragare un buon affare, mandare sul lastrico onorate famiglie mercantili.
Particolare interessante, le pellicce già sottoposte a “lavatura di fabbrica” erano esenti da questo trattamento.

Non era infine immune nemmeno la posta, le cui buste venivano perforate e il contenuto sottoposto a suffumigi prodotti da una miscela di un quarto di zolfo, un quarto di nitro e due quarti di crusca. Le monete venivano immerse nell’aceto; ma presto si preferì bagnarle nell’acqua bollente e successivamente sottoporle ai vapori dell’acido fenico.
Gli strumenti per la disinfezione, infine, venivano ripuliti e sottoposti ai vapori del cloro.
In sostanza, se se si considera come la scienza medica fosse all’epoca ottimisticamente entusiasta, ma lontana dall’avere salde certezze nella diffusione dei contagi e nei meccanismi di diffusione del morbo, si può ben dire che il lazzaretto impiegasse ogni mezzo a sua disposizione, “aggiornandosi” con le novità di volta in volta scoperte.

Fonti: Euro Ponte, Un lazzaretto dell’ottocento nell’alto adriatico – Muggia in provincia di Trieste, Acta med-hist Adriat, 2006, 4 (2)

“Per accogliere i sospetti di peste” I Lazzaretti di Trieste (1731-1769), Trieste All News, 2020
Lazzaretti e “Ospitali” della Trieste Teresiana, Trieste All News, 2018
Trieste ai tempi del colera (1855), Trieste All News, 2019

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Zeno Saracino
Zeno Saracinohttps://www.triesteallnews.it
Giornalista pubblicista. Blog personale: https://zenosaracino.blogspot.com/

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