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martedì, 25 Gennaio 2022

La mano del morto. Perché si ha paura dell’energia nucleare

14.01.2022 – 11.11 – Nel 1876, Bill Hickok, eroe del Far West e del folklore americano di frontiera, stava giocando a poker in un saloon; un suo nemico entrò, e gli sparò alla schiena. Hickok morì in silenzio e cadde sul pavimento senza perdere le carte; erano due coppie nere di otto e di assi, e una misteriosa carta nascosta: la “mano del morto”. Sull’energia, e sull’ambiente quindi – stiamo in questi giorni, donne e uomini del 2022, seduti nel nostro saloon a ventisette nazioni e nei parlamenti regionali periferici, mentre qualcuno suona il pianoforte, smazzandoci le carte di una partita che vogliamo giocare contro il nostro pianeta; e lo facciamo con gran calma. Il tavolo da gioco, però, potrebbe cadere, oppure potrebbero spararci alle spalle; e pensare che possa perderla il pianeta e non l’uomo, quella partita, è, se non altro, presunzione.
Da un punto di vista statistico, e guardando ai trasporti e ai viaggi del pre-pandemia, se volessimo prendere un aereo a caso al giorno, su una linea aerea qualsiasi, ci vorrebbero 25mila anni prima di essere coinvolti in un incidente di volo serio (c’è meno di un incidente mortale ogni milione di voli). Allo stesso modo, se dieci persone muoiono, ogni anno, in un incidente aereo, in proporzione oltre 40mila non escono più dalle loro auto dopo uno schianto e neppure troppo grave. Il fattore chiave che mantiene così basso il numero di incidenti mortali nel volo (e anzi lo fa scendere di anno in anno) è la crescita, costante e continua, della sua sicurezza, dovuta all’analisi degli incidenti e al continuo miglioramento e progresso nella tecnologia, progettazione, sistemi e procedure: volare oggi non è come volare negli anni Sessanta, e nessuno si sognerebbe di paragonare un Airbus A340 a un aereo di linea degli anni Cinquanta. E di questo è bene ricordarsi mentre analizziamo, oggi, le quattro parole che sono alla radice della nostra paura del nucleare: un timore quasi reverenziale.
I disastri nucleari, come i terremoti, vengono misurati secondo una scala empirica congegnata dall’uomo che ricorda la Richter, resa uno standard dalla IAEA, l’Agenzia internazionale per l’energia atomica: esiste dal 1990, si chiama simpaticamente Ines (“scala internazionale degli eventi nucleari e radiologici”), e ha otto livelli (da 0 a 7). Gli eventi nucleari da 1 a 3 vengono definiti “Incident”, quelli da 4 a 7 “Accident”, e questo già metterebbe un po’ a disagio noi giornalisti (e politici) italiani, considerato che la traduzione di entrambi è “incidente”. La differenza sta nel livello di danno: l’incidente nucleare o radiologico viene inserito nella gamma da 1 a 3 se non comporta morti, feriti o danni seri alle infrastrutture o all’ambiente, mentre da 4 a 7 va tutto ciò che ne causa. Nella scala “Ines” rientra tutto ciò che avviene in modo imprevisto (se proprio volessimo, potremmo quindi escludere Chernobyl – che purtroppo, anche se non nella sua entità e portata, era stata prevista da molti scienziati e tecnici sovietici); c’è anche un livello zero, del quale fanno parte tutti gli eventi (denominati “deviazioni”) che non hanno causato preoccupazioni per la sicurezza; è il caso di eventi in Slovenia nella centrale di Krsko che, rilanciati nel 2008 e 2013 dai media, inquietarono senza motivo i cittadini del Friuli Venezia Giulia. Quattro parole, si è detto, stanno alla base del nostro terrore del nucleare; più che quattro parole, sono quattro nomi: Three Mile Island, Windscale, Fukushima e l’ultimo è il più inquietante, Chernobyl. Ce ne sarebbe anche un quinto, Kyshtym: lasciamolo per ultimo.
Windscale, nel Cumberland di Sua Maestà, è uno dei peggiori incidenti nucleari mai occorsi, anche se fu contrassegnato come “solo” di livello 5 sulla scala Ines: peggiore perché i più ne sanno poco (si cercò di tenerlo nascosto), perché si verifico nel cuore dell’Alleanza Atlantica di allora (il plutonio prodotto a Windscale serviva per la bomba atomica inglese: i britannici, nel 1949 data di sua fondazione, erano unanimemente a supporto della NATO), e perché nonostante nel Regno Unito si cambiò persino il nome del luogo in Sellafield (nel 1981), esso è rimasto fino a pochi anni fa uno dei posti più pericolosi al mondo per l’inquinamento radioattivo (ben circoscritto, ma c’era). L’incidente si verificò l’8 ottobre 1957 in uno dei due reattori moderati da grafite raffreddata… ad aria (si era, appunto, negli anni Cinquanta). Fu causato da errori di progettazione motivati dalla fretta (il plutonio per le bombe serviva subito) e dal mancato scambio di informazioni fra Gran Bretagna e Stati Uniti (alleati si, ma non del tutto), da un effetto fisico energetico (l’effetto Wigner, al tempo ancora non completamente compreso) e dal conseguente riscaldamento estremo della grafite, dal modo di operare (le cartucce con il combustibile nucleare venivano spinte nel reattore… a mano, come pizze in un forno, e a volte cadevano o si incastravano). 10 tonnellate di combustibile nucleare presero fuoco e si fusero nella struttura, bruciando per ore e disperdendo iodio radioattivo ed altro nell’aria; l’incendio venne poi spento pompando acqua nei canali del reattore (e rischiando l’esplosione termica, che non si verificò). Tutto il latte e i prodotti agricoli nell’area di 500 chilometri quadrati dovettero essere distrutti; la bonifica richiese decenni. Sellafield, ironicamente, è in cima alla lista dei luoghi nei quali Downing Street, di fronte al fabbisogno energetico, vorrebbe oggi un nuovo reattore: e non è una scelta sbagliata, visto che sul posto c’è lavoro da portare a termine e tanto varrebbe intervenire radicalmente, anche se niente può esser fatto per il materiale ancora presente nel sito, che rimarrà radioattivo per 100mila anni. Il contenimento del fuoco di Windscale fu un insieme di coraggio, perizia e fortuna: un’esplosione avrebbe reso una vasta zona geografica inabitabile per generazioni. Il costo in termini di vite umane fu, si stima, fra le 100 e le 240 morti per cancro negli anni successivi: nessuno morì in conseguenza diretta dell’incidente. Reattori come i due di Windscale erano una follia ingegneristica della Guerra Fredda stessa, e non vennero mai più realizzati.
Three Mile Island, negli Stati Uniti (Pennsylvania), anch’esso un incidente di livello 5 come Windscale e in realtà molto meno rischioso, diventò celebre grazie a “Sindrome cinese” con Jane Fonda, Jack Lemmon e Michael Douglas: nel film si ipotizzava che il reattore sfuggito al controllo potesse scavare un buco profondo quanto il mondo e arrivare in Cina. Si trattava di fantasia e di Hollywood, però l’idea colpì molto il pubblico. “Sindrome cinese” fu anche uno dei primi esempi di “noncielodicono”: si ipotizza, nella trama, che il governo faccia di tutto per non raccontare la verità ai cittadini, arrivando alla morte in diretta del direttore della centrale, impazzito a causa del rischio che il mondo sta correndo e che nessuno vuole riconoscere. E non fu proprio così, ma il complottismo andava di moda allora come oggi. Nella centrale di Three Mile Island, negli Stati Uniti, a causa di un guasto, una valvola di sfogo nel sistema di raffreddamento rimase aperta, disperdendo notevoli quantità di refrigerante; gli operatori, poco addestrati e mal preparati ad affrontare i problemi di quel tipo, sbagliarono le procedure, passò del tempo (troppo) e a peggiorare il tutto ci fu l’inadeguatezza del sistema di gestione che aveva bottoni e comandi in posizioni sbagliate, mancava di quadranti e indicatori chiari e soprattutto faceva risuonare la sala di controllo di una cacofonia di allarmi tale da confondere chi stava tentando di rimediare. Senza la sufficiente quantità di refrigerante, il reattore si fuse parzialmente e ci furono parziali esplosioni interne; l’incidente era durato qualche ora, tempo più che sufficiente però per il rilascio effettivo di una quantità di radiazioni rilevabile e nuovamente del pericoloso (se in eccesso) iodio-131, e per allarmare gli abitanti della zona, che decisero, dopo ripetute comunicazioni parziali e maldestre da parte di direttore e responsabili della centrale, di evacuare volontariamente l’area. Il reattore, danneggiato, nonostante un piano iniziale di riparazione e rimessa in servizio, fu poi demolito. Studi condotti negli anni successivi hanno dimostrato che in un raggio di 16 chilometri non ci furono morti per cancro né effetti sulla salute dell’uomo o sull’ambiente superiori alla media: nessuna connessione di causa quindi fra radiazioni e salute, nonostante tutto. L’incidente però era diventato il simbolo della lotta ambientalista, molto viva negli anni Settanta (tanto quanto oggi), e il film di Jane Fonda l’aveva consacrato. A causa dell’incidente di Three Miles Island non morì nessuno: né fra gli operatori, né fra la popolazione, neppure negli anni successivi.
A Fukushima, l’incidente nucleare più recente, con scene che anche i più giovani ricordano grazie alle dirette televisive, successe un po’ di tutto: non al reattore però, ma al mondo che gli stava attorno. Prima un terremoto, quello di Tohoku, e poi uno tsunami tali da provocare una completa distruzione in una vasta area geografica del Giappone e la morte di quasi 20mila persone. I reattori dell’impianto Daiichi però, nel 2011, pur colpiti dall’onda sismica e poi dalla furia del mare, funzionarono perfettamente, e si spensero automaticamente, come programmato: tutto restò in piedi, nessun morto o ferito, nessuna fuga di radiazioni pur di fronte a un terremoto senza precedenti (di 9 gradi di magnitudine e di sei minuti di durata). La storia della centrale nucleare di Fukushima sarebbe potuta finire qui, restando la dimostrazione della forza e resilienza dell’opera d’ingegneria anche di fronte allo scatenarsi della furia della natura: e invece qualcosa mancò, anche in questo caso, nella progettazione. Daiichi aveva reattori del tipo denominato BWR, o reattori ad acqua bollente: una tecnologia degli anni Sessanta sviluppata dalla General Electric e poi da Toshiba e Hitachi. Era un impianto quindi non recente, risalente agli anni Settanta: quello che mancò, nella zona devastata dallo tsunami e alla centrale, fu la corrente elettrica. Niente corrente elettrica, niente raffreddamento del reattore, e anche qui a una situazione di operazioni non coordinate e svolte in una situazione estrema causarono il blocco in condizione sbagliata di alcuni dei dispositivi di sicurezza. E nonostante gli sforzi, non ci fu più nulla da fare: a causa dell’eccesso di calore generato dal reattore, si arrivò alle esplosioni e al rilascio di radiazioni. Chi parla di duemila vittime a causa di Fukushima (in realtà si oscilla fra i 1300 e i 2000), cita il numero di morti stimate dovute all’evacuazione nella zona già devastata da tsunami e terremoto (e questo è stato causa di forti polemiche e scontro fra i comitati di cittadini e il governo giapponese: se ai cittadini fosse stato dato prima il permesso di tornare alle loro case, secondo i comitati civici, il conto sarebbe stato di molto inferiore). Di morti confermate a causa delle radiazioni ce n’è soltanto una, e i casi anomali di tumore sono proiettati, negli anni futuri, verso il centinaio.
Di Chernobyl si sa tutto, o si pensa di sapere, dopo numerosi film e fiction televisive, tutto. Non tutto è accurato in ciò che si vede in tivù, e in politica non tutto, nonostante si sappia, viene ancora oggi detto con chiarezza. Chernobyl fu una tragedia annunciata causata da un tipo di reattore di grandi dimensioni, l’RBMK (utilizzato in molte altre centrali sovietiche), portato in condizioni di estrema instabilità durante un test programmato da un gruppo di tecnici impreparato ad affrontare quella situazione e non messo a conoscenza dei rischi intrinsechi al reattore stesso. Le norme di sicurezza di base vennero ignorate e gli automatismi esclusi, sedendosi sulla certezza che la procedura d’arresto d’emergenza manuale avrebbe in ogni caso preservato l’impianto da conseguenze estreme: e purtroppo fu proprio questo, dato l’errore di progettazione, lo sbaglio fatale. Il fallimento di un sistema umano, quindi, causò un’enorme (date le dimensioni dell’impianto) esplosione termica (non nucleare), che a sua volta provocò un enorme fuga di radiazioni. E la rinuncia già trent’anni fra dell’Italia, unica fra le nazioni europee, all’energia nucleare, un campo nel quale era leader mondiale. Incluso lo stop alla ricerca e ai suoi impianti, fiore all’occhiello della sua industria e della sua fisica. La paura fa novanta: in Italia fu così già nel 1987, e nessun altro ci imitò.
E Kyshtym? Perché non se n’è mai parlato? Se è vero che fu un incidente molto grosso, già il luogo in cui si verificò, l’impianto di Mayak – un sito per la produzione di plutonio destinato alle armi nucleari all’interno della città chiusa di Chelyabinsk-40, nel cuore dell’Unione Sovietica di allora (a migliaia di chilometri da Mosca, ben sopra il Kazakhstan e in mezzo agli Urali e al nulla) fa capire molto. Parlando di rischi legati all’energia nucleare, l’esplosione di Mayak è fuori contesto: l’impianto aveva come scopo esclusivamente la produzione di armi. Si ebbe l’idea di buttare le scorie dell’impianto in serbatoi collocati in un canalone di cemento profondo otto metri: l’impianto di raffreddamento di uno di questi serbatoi si ruppe, e… pur sapendolo, nessuno lo riparò, fin quando la temperatura causata da una miscela di nitrato d’ammonio e acetati non causò l’evaporazione di gas e un’esplosione chimica di grandi proporzioni. Settanta tonnellate di scorie radioattive liquide furono proiettate nell’atmosfera, una nuvola di fumo, nebulizzazioni e polvere di colore arancio-rosso si alzò per un chilometro nell’aria per poi scendere piano sulle case e sulla gente. Diecimila persone furono evacuate dall’area, che rimane la zona più inquinata al mondo; non ci furono morti immediate, e si stima che i decessi per cancro negli anni successivi possa essere attorno alle 200 unità.
Ogni anno, 5 milioni di persone muoiono a causa delle condizioni climatiche estreme; sia di caldo (in quantità minore) che di freddo (molto di più). Se il trend di mutamento climatico non si arresterà, il prezzo in termini di vite umane è destinato ad aumentare rapidamente. Aver timore del nucleare è un dovere: l’atomo, così è stato scritto, è come il mare, e non perdona l’incapacità, la noncuranza, la disattenzione e l’ignoranza. Nel mondo ci sono però 438 reattori nucleari operativi, e 55 nuovi reattori sono in fase di costruzione; per 438 reattori attivi da decenni, gli incidenti dei quali abbiamo paura, quindi, sono in totale cinque – due degli anni Cinquanta (ovvero di settant’anni fa, e in due reattori destinati al militare), e solamente uno, Chernobyl, contrassegnato da conseguenze rilevanti. Gli incidenti nucleari nel complesso considerati significativi dal 1952 a oggi sono 33, tutti (tranne i cinque nominati e quello di Chalk River in Canada in un reattore sperimentale, proprio nel 1952, primo registrato) senza conseguenze e posizionati in basso nella scala Ines. Di fronte a queste statistiche, rifiutare l’energia nucleare a priori, anche come soluzione di transizione in attesa di energie rinnovabili più efficienti (per qualche decennio, e come strumento di accelerazione e supporto alla decarbonizzazione), in un momento in cui l’alternativa per l’Europa è dipendere dal gas russo che arriva dal gasdotto Nord Stream pur nella contemporanea pressione di Vladimir Putin sull’Ucraina, e insistere nel riaccendere altre centrali a carbone, potrebbe essere la nostra mano del morto.
[r.s.]

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Roberto Srelzhttp://www.centoparole.it
Iscritto all'Ordine dei Giornalisti del Friuli Venezia Giulia. Direttore responsabile TRIESTE.news e supplementi GORIZIA.news, UDINE.news

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