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martedì, 6 Dicembre 2022

Scuola, Russo: “Non guardare a criticità future è ragionamento miope”

15.01.2021 – 12.45 – La decisione di posticipare il ritorno delle lezioni in presenza per gli studenti delle scuole superiori del Friuli Venezia Giulia, condivisa e applicata in seguito anche da altre regioni (seppure con “scadenze” diverse), ha immediatamente suscitato reazioni diametralmente opposte fuori e dentro il mondo della scuola: da un lato definita un fallimento e dall’altro una scelta di buon senso. La motivazione rimane principalmente quella legata al rischio di un aumento del numero dei contagi che, non tanto il ritorno in classe in sé, quanto piuttosto tutto ciò che riguarda il prima e il dopo l’entrata e l’uscita dalla scuola comporterebbero.
Dall’altro lato, la principale critica che viene mossa è quella di una mancata priorità da parte delle istituzioni nei confronti del mondo dell’istruzione. “Quello che sicuramente va in qualche maniera ricordato e stigmatizzato” afferma il vicepresidente del Consiglio regionale Francesco Russo, del Partito Democratico, “è che non si siano create le condizioni per le scuole così come fatto per molte altre realtà, con investimenti, accorgimenti, e organizzazione specifiche e speciali che lo rendesse possibile”.
“Non metto in discussione la valutazione del rischio fatta in questi giorni” precisa, “spetta a persone che hanno tutti gli elementi per farlo. E non dico sia necessario aprire oggi”. Ma “il tema è: ci siamo fatti scrupolo, giustamente, di valutare con quale modalità le attività potevano continuare a lavorare, si è anche discusso della possibilità di tenere aperti gli impianti sciistici, ma non ho visto negli ultimi mesi la stessa laboriosa fatica nell’immaginare quali sarebbero state le condizioni per riaprire le scuole” e “che alcune regioni lo abbiano fatto mi dice che forse questa possibilità c’era“.

Quella che è andata a crearsi all’interno del dibattito sulla scuola è, inoltre, anche una peculiare contrapposizione che vede da un lato la (già difficile) sopravvivenza delle attività economiche e, dall’altro, la necessità del ritorno delle lezioni in presenza a favore del percorso educativo di ragazze e ragazzi. “Sono entrambe importanti, se non c’è economia non ci sono tasse e non si può neppure pagare il sistema scolastico, quindi non ci si può nascondere dietro a un dito: ma io credo che le due cose potevano coesistere“.
“In qualche maniera” continua Russo “siamo abituati a guardare a ciò che dista poco da noi: è chiaro che nel brevissimo tempo le criticità sono quelle legate al contesto economico, però è un ragionamento molto miope. Se facessimo davvero un elenco rispetto a ciò che stiamo togliendo a questi giovani, vedremmo che questo blackout a cui li stiamo condannando, in prospettiva del loro futuro inserimento nella società, rappresenta un rischio non solo dal punto di vista sociale ma anche economico, che appunto non siamo in grado di valutare perché non guardiamo abbastanza in là”.

Innegabilmente, infatti, l’assenza dell’istruzione in presenza porterà nel breve e lungo periodo a pesanti conseguenze – formative, psicologiche e sociali – per gli adolescenti di oggi, con le quali prima o poi sarà necessario confrontarsi. “Mi ha molto colpito l’indagine di IPSOS per Save the Children, in cui il grido di aiuto dei ragazzi è drammaticamente forte”. Dalle situazioni di isolamento sociale, all’abbandono scolastico, alle difficoltà rappresentate dalla didattica a distanza, fino al punto di non ritorno: la definitiva frattura generazionale, in parte già esistente, con il 65 per cento dei giovani intervistati che si è detto convinto di star pagando in prima persona per l’incapacità degli adulti di gestire la pandemia. “Se a margine ci aggiungiamo che noi che abbiamo qualche responsabilità e anno in più, stiamo chiedendo all’Europa, e non solo, un debito straordinario per uscire tutti insieme dalla pandemia che sarà, di fatto, sulle spalle di queste generazioni, c’è qualcosa che non torna” aggiunge Russo. “Questo rischierà di generare insoddisfazione; stiamo portando loro via una parte di esperienza di vita importante”.

“Non è e non vuole essere una polemica di parte e di giudizio sul rischio” conclude. “Il problema è però che a questo livello di rischio non si doveva arrivare: si dovevano creare le condizioni”, così come fatto da alcune regioni “per permettere il rientro dei ragazzi in sicurezza. Eppure il Friuli Venezia Giulia che si vanta di aver affrontato la pandemia in modo eccellente, e oggettivamente in alcuni momenti così è stato, questa cosa non l’ha fatta”. “Può anche essere che alla fine non ci siano le condizioni, ma credo perché non si è lavorato con convinzione fino in fondo dall’inizio”. “Nella nostra Regione penso si poteva fare di più“.

n.p

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