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martedì, 6 Dicembre 2022

Cos’è e cosa prevede il Recovery Plan italiano? “6 missioni” di ripresa e resilienza

27.01.2021 – 10.39 – Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, ovvero la proposta italiana per l’utilizzo dei fondi del Recovery Plan, è stato approvato il 12 gennaio dal Consiglio dei Ministri. Il piano è finanziato da 222 miliardi di euro, di cui circa 66 miliardi serviranno a finanziare progetti già in essere, mentre l’ammontare restante verrà destinato a programmi nuovi. Va sottolineato che solo parte dei fondi viene dall’Unione Europea, circa 197 miliardi, mentre il resto proviene invece dal Fondo Nazionale di Coesione e da prestiti.
Il PNRR si articola in sei missioni: digitalizzazione, rivoluzione verde e transizione ecologica, mobilità sostenibile, istruzione e ricerca, inclusione e coesione, salute.

Per la digitalizzazione sono stati allocati 46 miliardi (ovvero il 20% del totale): il focus riguarderà in particolare le infrastrutture per la raccolta dei dati e i servizi digitali, spaziando dalla cittadinanza digitale (già in uso in alcuni paesi come l’Estonia), alla digitalizzazione dei pagamenti. Inoltre, verrà prestata particolare attenzione alla cyber security e alla gestione dei dati sensibili.

Alla transizione ecologica invece sono destinati poco meno di 69 miliardi (il 31% del totale), rappresentando la branca del piano maggiormente finanziata: al suo interno troviamo interventi che vanno dalla transizione energetica alla mobilità sostenibile, fino al rimboschimento e la revisione del ciclo dei rifiuti.

All’istruzione e alla ricerca sono andati, invece, il 12% dei fondi, pari a poco meno di 28 miliardi. Di questi, circa di 17 miliardi andranno al rafforzamento dell’istruzione, con interventi che spaziano dall’aumento degli asili nido – fondamentali per contrastare sia il calo demografico sia la sottoccupazione femminile -, all’ammodernamento degli edifici e al contrasto dell’abbandono scolastico, tema sul quale l’Italia ha un triste podio, collocandosi terza per numero di studenti che abbandonano la scuola superiore prima di aver conseguito il titolo. Circa 12 miliardi vanno invece alla ricerca, che si conferma la Cenerentola della spesa pubblica italiana, fattore che penalizza da tempo la crescita del nostro paese tanto dal punto di vista tecnologico, quanto economico e umano, tagliandoci fuori dagli sviluppi più recenti e spingendo all’emigrazione le nostre menti più brillanti.

Per quanto riguarda l’inclusione e la coesione, il governo vi ha destinato circa 28 miliardi, quindi un altro 12% del totale, con fondi destinati alla riduzione della discriminazione femminile, all’aumento dell’occupazione femminile e giovanile, che erano già molto basse anche prima della pandemia, e, infine, a contrastare il crescente problema della povertà.

Infine, per quanto concerne la sanità, vi sono stati destinati circa venti miliardi (il 9% dell’intero piano), in parte destinati alla telemedicina e alla digitalizzazione, in parte alla creazione di 730 mini ospedali entro il 2026 e alla creazione 2546 “Casa della Comunità” che diventeranno punti di riferimento sul territorio.

Almeno questo è quanto previsto dalla versione corrente, che difficilmente sarà quella definitiva. Infatti, una volta presentato Bruxelles avrà otto settimane per esaminare e proporre al Consiglio Ecofin (Economia e finanza) l’approvazione del piano, e la commissione ha già fatto presente, attraverso le parole del Commissario Europeo Agli Affari Esteri E Monetari Gentiloni, che sarà necessaria una revisione del PNRR: “Il piano italiano […] ha bisogno di essere discusso e rafforzato sotto l’aspetto delle riforme, delle raccomandazioni specifiche Ue per paese, dei dettagli sul calendario e degli obiettivi che vogliamo raggiungere” ha infatti affermato.

In generale, appare un piano poco coraggioso che sembra più voler rabberciare la situazione corrente senza dare quella spinta in avanti che invece servirebbe al paese. Di ciò è sintomatica l’allocazione di ben 66 miliardi a progetti già esistenti, che non solo dimostra un’evidente mancanza di nuove idee e progetti, ma renderà più difficile l’approvazione europea dell’intero piano visto che all’Unione non piace che si riciclino vecchi progetti, specie se arenati. In generale, sarebbe un vero errore se ci lasciassimo scappare questa opportunità, la più grande fin dai tempi del Piano Marshall probabilmente: l’ombrello della BCE che protegge i nostri titoli di stato non durerà in eterno e noi rischiamo di trovarci (nuovamente) nella bufera.

a.z

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