Allarme Ludopatia, il Friuli Venezia Giulia si “gioca” 640 milioni all’anno

12.05.2021 – 09.28 – La persona si reca dal tabaccaio, gioca con una slot machine. Perde, poi ritenta, perde di nuovo. Il giorno dopo si ripresenta: gioca di nuovo, perde, ritenta e perde ancora. Ma si consola: prima o poi vincerà, perché altrimenti sarebbe troppo “ingiusto”.
È la scena che si ripete ogni giorno in Friuli Venezia Giulia, quando su 42 miliardi a livello nazionale circa 640 milioni vengono spesi nella più estrema regione del nord est, dove ogni singolo esercizio con le famigerate “macchinette” guadagna in media 23mila euro da queste attività. Specificatamente edicole e tabaccherie incassano tra i 15mila e i 18mila euro coi quali arrotondano le proprie entrate, mentre le attività specializzate, dalle sale bingo, alle sale giochi, alle agenzie scommesse, guadagnano maggiormente.
Briciole, va da sé, a confronto con gli incassi statali: appena il 5% di quanto scommesso negli esercizi del Friuli Venezia Giulia va nelle tasche dei gestori.
La Regione in realtà aveva già varato nel 2014 una legge ad hoc che prevedeva minime misure nella lotta al gioco d’azzardo, finalizzate alla loro eliminazione se entro 500 metri dai luoghi “sensibili”: scuole, aree di culto, impianti sportivi, residenze per categorie protette, ambienti di aggregazione giovanile come ludoteche e biblioteche, sportelli bancomat e stazioni ferroviarie. Ostacoli burocratici, la mancanza di un apposito regolamento e infine l’emergenza Covid-19 hanno impedito l’applicazione della legge.
L’azzardopatia è stata ieri nuovamente discussa nell’audizione richiesta da Andrea Ussai (M5S) in III Commissione consiliare. Il dibattito però ha registrato un’impasse nelle soluzioni d’adottare, spaccata tra la volontà di proteggere le fasce sensibili e la consapevolezza di come quelle stesse categorie lavorative verso cui si dovrebbe agire sono state tra le più colpite dalla pandemia, a partire dai bar.

Il vicegovernatore con delega alla salute Riccardo Riccardi ha informato che “Il regolamento [per applicare la legge regionale n.d.r.] è pronto, ma la situazione da chiusura forzata degli esercizi commerciali causata dalla pandemia ha cambiato le cose e ci porta a rivedere le nostre scelte”. Secondo Riccardi “L’approccio al problema deve essere laico” specie perchè il problema riguarda “molto di più i piccoli centri come quelli di montagna”.

[z.s.]