Covid, nuovo inverno di contagi? Non è colpa di Stefano Puzzer

24.11.2021 –14.03 – “A chi aspetta da due anni l’intervento che ora viene riprogrammato chissà quando, dirò di rivolgersi a Puzzer o a qualche altro ignorante”, dichiara Nicolò De Manzini, primario del reparto di chirurgia dell’ospedale triestino di Cattinara. Altre opinioni seguono e si indicano da più parti, così comprende la stampa, i No-Vax come principali responsabili dell’attuale situazione epidemica e delle difficoltà dei reparti ospedalieri diversi da quelli Covid nel fornire assistenza sulle altre patologie. Sono voci che si aggiunge ad altre, molte, che sottintendono, o esprimono senza mezzi termini, per quanto riguarda il numero di contagi e le difficoltà degli ospedali una responsabilità diretta di chi non vuole il vaccino, né la prima né la seconda e ancora meno la terza dose. Per la terza dose comunque l’OMS mantiene ancora una posizione di cautela, sottolineando che l’obiettivo della vaccinazione rimane quello di proteggere dall’ospedalizzazione e dalla morte (quindi le terze dosi, le cosiddette “booster”, sono necessarie solo quando ci sia certezza di una generale protezione insufficiente contro la malattia e non a seguito di opportunità comunicative, politiche o economiche), in un quadro di necessità di vaccinazione globale, in tutto il mondo, senza nazioni privilegiate e altre meno. Nel contempo la “validità dichiarata delle vaccinazioni è stata di continuo modificata”, scrive l’ITIS triestino nella sua lettera alle famiglie, motivando così la nuova sospensione delle visite agli anziani ospiti: “il fatto che tutte le persone che in questi giorni hanno contratto il virus nell’ambito aziendale fossero vaccinate dimostra come tale copertura determini situazioni molto variabili”.

E quello contenuto nella lucidissima lettera di ITIS è forse il cuore, il punto focale della situazione di oggi, e il motivo per cui parlare di responsabilità solo dei non vaccinati, e di “colpa” di Stefano Puzzer o di Fabio Tuiach alternativamente, diventa una narrazione mediatica che oltre che non corretta è pericolosa. Le manifestazioni in strada si potrebbe anche, e non sarebbe male, smettere di farle: hanno acquistato un tono che di costruttivo e risolutivo porta poco, contagi in più e difficoltà di tracciamento ne portano, e soprattutto si prestano ormai con facilità a strumentalizzazioni dell’una o dell’altra fazione. Si può protestare, se si vuole, in altro modo. Se però da una parte la vaccinazione resta l’arma fondamentale per contrastare una diffusione troppo rapida del Covid-19 nella stagione invernale (elemento abbastanza importante, che viene sottolineato in questi giorni però meno delle opinioni dei manifestanti), dall’altra sono le varianti e non Stefano Puzzer ad alimentare esponenzialmente la rapidità di trasmissione del virus, anche fra persone più giovani, e ad aumentare il numero di ricoveri ospedalieri, ricalcando le curve di salita del 2020: a meno di non aver preso segretamente un aereo ed esser volato in giro per tutta Europa, chi manifesta a Trieste non è vettore di contagio in Olanda, Austria, Irlanda e Germania, che non sono tutte nazioni a bassa copertura vaccinale (in Irlanda l’effetto paradosso è già stato raggiunto; i malati di Covid sono vaccinati). Se leggiamo i giornali e stiamo davanti alla tivù, sentiamo piuttosto invece dire che tutto può essere risolto forzando un cambio di comportamento in un ristretto numero di persone, i No-Vax. E lo sentiamo ora anche da alcuni medici che hanno incarichi di responsabilità.

Eppure più associazioni di medici, infermieri e sanitari, in tutto il mondo, hanno già ribadito con forza che non esiste nessuna “epidemia dei non vaccinati”; questa dichiarazione, che non giustifica in alcun modo le manifestazioni No-Vax (la scelta di non vaccinarsi, che si affianca a volte a una impossibilità e necessità d’esenzione, può essere motivata e personale, ma tale deve rimanere: non può diventare uno spronare gli altri a fare altrettanto), buca però lo schermo meno delle altre, e non passa. È semplicemente la scienza a dirci che bisognerebbe pensare all’unico fatto incontrovertibile: esiste, e non è una sorpresa, un’epidemia globale che non è ancora finita, che riguarda tutte le nazioni (chi più chi meno: poco cambia, vista appunto la possibilità di riveicolazione esterna), e nella quale siamo tutti coinvolti visto che allo stato attuale il Covid-19 è endemico: diffuso, persistente, radicato (per eradicarlo bisognerà trovare una strada e ancora non la conosciamo). Tutti desideriamo che il Covid finisca: non se ne può più, è stato ed è un evento devastante per le nostre vite semplicemente perché esiste, anche se non ne siamo stati direttamente colpiti. Allo stesso modo però non se ne può più di forzature e racconti di Virostar, e di figure identificate come sacrificali, da mettere al rogo e poi tutto passerà, come in una fiaba fantastica: chi ha promesso che con il vaccino tutto sarebbe finito entro questo inverno ha fatto male perché sapeva che non sarebbe stato così.

La fine dell’epidemia è assolutamente possibile e probabilmente non è lontana (non immaginiamola prima di un paio d’anni ancora, potremmo restare delusi): la vaccinazione resta una sua componente critica. Ma non saranno le sole vaccinazioni a far finire il Covid-19: altre varianti del virus potrebbero mettere a rischio i vaccini, rendendo ancora più variabile la variabilità della durata della protezione, e non si può pensare di fare una dose booster ogni sei, quattro, due mesi: difficile immaginare che la scienza medica possa dire qualcosa di simile. Non è un buon motivo per non vaccinarsi se non abbiamo altri buoni motivi, ma se la sanità non è in grado di assistere chi soffre di altre patologie, non ci si sente di dare la colpa a Stefano Puzzer. Possiamo fare uno sforzo e guardare più in là, anche oltre un Super green pass.

[r.s.]