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martedì, 29 Novembre 2022

Come gli Asburgo “salvarono” Gorizia dai processi dell’Inquisizione

02.07.2022 – 07.01 – Il fenomeno dell’Inquisizione viene accostato spesso al periodo medioevale con la nascita, intorno al XIII secolo, del primo tribunale dedito a giudicare cause di natura religiosa.
Tuttavia, questa istituzione, divenuta celebre grazie a processi, torture e condanne, raggiunse il suo massimo sviluppo tra Cinquecento e Seicento.
In Italia e nel Friuli Venezia Giulia si sviluppò notevolmente, a partire dal 1545 con il Concilio di Trento, l’Inquisizione romana, figlia, per certi versi, di quella spagnola, nata attorno al 1478, e quella portoghese, fondata a partire dal 1536.
A testimoniare la presenza di questo fenomeno sono rimasti in Italia solamente cinque archivi ancora integri, tra questi rientra quello di Udine in cui è possibile consultare nella sua interezza l’archivio locale del Sant’Ufficio, ente che, assieme alla Congregazione dell’Indice dei libri proibiti, costituiva la suddetta Inquisizione romana.
L’Inquisizione nacque a seguito di una evidente necessità: il contenimento degli effetti scatenati dalla Riforma Luterana.
Dalla seconda metà del Cinquecento iniziarono a dilagare in Italia i provvedimenti verso i cittadini accusati spesso di apostasia, il reato che consiste nell’abbandono della fede cristiana, e di stregoneria, “crimine” che registrò un incremento nel numero di processi, intorno alla fine del XVI secolo, pari al 475%.
L’Inquisizione friulana venne gestita, a partire dal 1557, dal patriarcato di Aquileia che colpì, per oltre due secoli, ben 2437 friulani assegnando svariate punizione e pene, tra cui rientrano quelle capitali, molto rare: furono in totale 15 di cui solo 4 effettivamente eseguite.
Il caso più eclatante di questo periodo storico è facilmente associabile alla figura di Domenico Scandella, un mugnaio friulano soprannominato Menocchio che difese fermamente le proprie idee fino alla morte.
Purtroppo, anche allora, i casi di discriminazione non erano di poco conto, le persone colpite maggiormente da questi provvedimenti erano quasi sempre appartenenti alla classe povera, tuttavia, nonostante ci fossero trattamenti di favore riservati ai cittadini più agiati, non mancarono inquisizioni a personaggi illustri come ad esempio a Giovanni Grimani, patriarca di Aquileia processato a causa della sua adesione alle idee della Riforma.

A questo punto del discorso la domanda sorge quantomai spontanea; e per quanto riguarda Gorizia? Anche il capoluogo isontino venne coinvolto dal fenomeno inquisitorio?
Prima di rispondere a queste questioni è tuttavia opportuno introdurre una figura di spicco in ambito accademico: il professor Silvano Cavazza. Il docente di Storia del Rinascimento presso l’Università di Trieste è sicuramente uno dei maggiori esperti in circolazione sulla storia della Gorizia del XVI secolo.
In uno dei suoi scritti, intitolato Gorizia e l’Inquisizione romana, la contea di Gorizia viene descritta come un territorio libero dalle oppressioni ecclesiastiche; il capoluogo isontino, infatti, essendo parte del dominio asburgico non dovette quasi mai sottostare ai vincoli inquisitori.
Ciò fece diventare il territorio goriziano un ambiente confortevole per i cosiddetti eretici che, soprattutto dopo il 1560, iniziarono ad abitare le strade cittadine.
Gorizia divenne rifugio di molte famiglie nobili, come ad esempio gli Attems, i Dornberg, i Lantieri e gli Eck, che passarono al luteranesimo assieme a funzionari pubblici, commercianti e artigiani.
Nonostante la curia richiedesse ripetutamente un intervento dell’arciduca Carlo d’Asburgo, i territori isontini rimasero quasi sempre esenti da provvedimenti.
Furono poche le circostanze in cui l’Inquisizione riuscì a processare luterani residenti in territorio arciducale, assumono pertanto notevole importanza i casi dell’anabattista Alessandro Iechil, di Daniele Dionisi e di Peter Kupljenik, i quali, dopo esser stati processati a Udine, dovettero scontare la condanna al rogo.

[a.f.]

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