Cose dell’altra Europa: fatti e avvenimenti da oltre confine

Europa Centrale 

16.11.2020 – 15.00 – Ue – Ungheria – Polonia: I governi dei due Stati mitteleuropei hanno minacciato di mettere il veto sulla bozza di bilancio pluriennale 2021-27 qualora l’erogazione dei fondi fosse vincolata al rispetto dello Stato di diritto.
Perché conta: Budapest e Varsavia tremano, questa volta per davvero. Dall’insediamento al potere della Fidesz guidata da Viktor Orbán in Ungheria (2010) e dall’ascesa del partito ultraconservatore Pis controllato da Jarosław Kaczyński in Polonia (2015), i due Stati mitteleuropei si sono imbarcati in una spirale di autocratizzazione apparentemente irreversibile. Potendo contare entrambi su una maggioranza fedelissima nei rispettivi parlamenti, i due esecutivi hanno ingaggiato uno scontro a tutto campo con le autorità Ue, violando a più riprese le norme comunitarie tramite l’adozione di provvedimenti finalizzati a occupare le istituzioni, sabotare l’equilibrio dei poteri ed egemonizzare l’opinione pubblica, nel tentativo di polverizzare le opposizioni e reprimere le voci dissonanti. L’Ungheria è certamente a uno stadio più avanzato di questo processo, essendo riuscita a passare un numero maggiore di norme senza che gli avversari – politici, sociali, istituzionali ed esterni – del governo potessero impedirlo. In Polonia la partita è invece ancora contendibile: in seno alla società sembrano esistere ancora segmenti capaci di contrastare le politiche confessionali dell’esecutivo, come dimostrato dalle proteste contro la restrizione del diritto all’aborto in corso da settimane. Né le procedure di infrazione intentate dalla Commissione europea, né gli accurati report di denuncia dell’Europarlamento, né le sentenze della Corte europea di Giustizia hanno saputo frenare, tanto meno bloccare, la deriva autocratica di questi due Stati. E l’eventualità di sospendere il diritto di voto dei due membri al Consiglio europeo, il famigerato articolo 7, è estremamente remota, in quanto prevederebbe il voto unanime di tutti i 27 Stati membri rappresentanti nel consesso Ue. Ricapitolando, non esiste nessuna via giuridica per riportare Ungheria e Polonia nell’alveo di quella democrazia liberale, fondata sullo Stato di diritto, che sarebbero tenute a rispettare in quanto Stati Ue. Bruxelles, o meglio gli Stati più forti del blocco – proprio in questo periodo è la Germania a reggere la presidenza di turno del Consiglio europeo-, provano allora un’altra strada, andando a toccare i due ribelli dove più duole: il portafogli. La crescita dirompente delle economie magiara e polacca deve moltissimo ai fondi comunitari – fondi di Coesione e fondi di Sviluppo regionale – che sono stati assegnati loro dall’entrata nell’Ue (2004): la spesa totale dell’Ue vale il 3.5% del pil polacco e addirittura il 5% di quello ungherese. Un altro dato impressionante: calcolando la differenza tra quanto hanno ottenuto dal bilancio comunitario e quanto hanno dato, l’anno scorso Polonia e Ungheria sono risultate i due Stati che più hanno beneficiato (in termini assoluti, non relativi) della redistribuzione interna all’Ue. La Polonia ha registrato un disavanzo positivo di oltre 12 miliardi di euro, l’Ungheria di oltre 5. A mo’ di contesto, l’Italia è in negativo di 4, la Francia di 6.5, la Germania di oltre 14. Dovrebbe essere lapalissiano perchè queste due rampanti autocrazie europee non possono permettersi di perdere i finanziamenti Ue.

Per approfondire: L’Europa vuole mettere in riga Ungheria e Polonia [Il Post]

Ungheria: il governo ha proposto l’ennesima modifica alla cosiddetta “Legge fondamentale”. Gli emendamenti mirano ad alterare la legge elettorale in modo favorevole al governo, diminuire i diritti delle persone LGBT e inserire la possibilità di attuare misure straordinarie in caso di “stato di guerra”.
Perché conta: il pericolo di perdere i fondi comunitari non sembra aver sortito il suo effetto: il governo Orbán va all’attacco. Nonostante la priorità sia la pandemia, l’esecutivo intende modificare la “Legge fondamentale”, la Costituzione del paese. Le norme confezionate dall’esecutivo, che controllando saldamente l’emiciclo non deve temere il dibattito parlamentare, riguardano tre ambiti diversi. Il primo gruppo mira a riformulare la legge elettorale in modo da renderla ancora più favorevole al governo. Da alcuni mesi le opposizioni hanno scelto di tralasciare le profonde divergenze ideologiche che le separano e assemblare un fronte comune contro Fidesz in vista delle elezioni del 2022. La nuova legge elettorale renderà più difficile correre con un cartello di liste diverse in ciascun distretto, dal momento che obbliga ogni lista a presentarsi in almeno 50 distretti, mossa che de facto esclude le formazioni più piccole, impossibilitate a schierare un numero così alto di candidati su scala nazionale. Il secondo gruppo punta invece a consolidare la svolta confessionale del paese (la “democrazia cristiana” vaticinata dal premier magiaro), sulla falsariga di quanto sta facendo la Polonia: vengono ulteriormente ridotti i diritti delle persone Lgbt, si ribadisce la centralità del matrimonio tra eterosessuali e si vagheggia la necessità di un’educazione “patriottica e cristiana” per i giovani ungheresi. Il terzo pacchetto di norme è però il più curioso: il governo cancella quattro delle sei fattispecie che attualmente permettono l’adozione di misure straordinarie, lasciandone solo due (stato d’emergenza e stato di pericolo), e introducendone una terza: stato di guerra. Dato che al momento non sembrano esserci Stati con velleità bellicose nei confronti dell’Ungheria, che è pressochè interamente circondata da paesi Ue o paesi candidati, sfugge l’urgenza che dovrebbe legittimare questa novità giuridica. Il sospetto è che il vero obiettivo sia approfondire e rinnovare la sensazione di perenne isteria in cui il governo ungherese ha congelato il paese almeno a partire dalla “crisi dei rifugiati” esplosa nel 2015.

Per approfondire: La danza del pavone. Orbán ignora Bruxelles, minaccia il veto sul NextGenerationEu e vuole modificare la legge elettorale a suo favore [Linkiesta]

Balcani Occidentali

Balcani Occidentali: Sotto l’egida dell’Ue, i sei Stati hanno siglato un accordo per costituire un unico mercato, e aumentare l’integrazione sia interna alla regione che tra questa e l’Unione. Altro segnale in questa direzione, Albania, Serbia e Macedonia del Nord si sono accordate per la liberalizzazione dei movimenti tra loro nel contesto della creazione di una “mini-Schengen” tra i dei paesi dell’area.
Perché conta: sia l’intesa propiziata da Bruxelles che l’accordo trilaterale Tirana-Belgrado-Skopje hanno come scopo principale quello, ormai classico, di aumentare l’integrazione tra Stati candidati. Questi vengono valutati singolarmente in base al loro grado di avanzamento nel processo di integrazione giuridica con il blocco comunitario (l’adozione dell’“acquis communautaire”), ma l’Ue auspicherebbe che essi entrassero avendo già sviluppato un alto livello di integrazione infra-regionale. Questo per varie ragioni. La prima è politica: a differenza degli Stati entrati nel 2004 (il cosiddetto “allargamento Big Bang”), i sei Stati dei Balcani occidentali intrattengono svariati rapporti pessimi sia tra loro (Serbia vs Kosovo, Albania vs Montenegro) che tra loro e Stati già membri Ue (Macedonia del Nord vs Bulgaria, Bosnia Erzegovina e Serbia vs Croazia). Il blocco continentale non può permettersi di importare nuovi conflitti assieme a nuovi membri. La seconda motivazione è invece una questione di misure: complessivamente, i sei Stati candidati producono un pil comparabile a quello del solo Veneto e hanno la metà della popolazione della Polonia, uno dei dieci Stati entrati nel 2004. Tradotto, sono frammentati quanto irrilevanti sul piano economico: l’Ue spera che la rimozione delle barriere tra questi sei paesi e quindi la nascita di un mercato unico possa stimolarne la crescita economica. La terza motivazione è legata agli equilibri interni al blocco: tra i 27 Stati membri sono oggi in pochi a supportare l’allargamento, che porterebbe il totale a 33, rendendo l’Ue verosimilmente ancora meno governabile, coesa e funzionale. Insistere sulla necessità di una maggiore “connettività” – ultimamente impostasi come termine feticcio nei documenti Ue sull’allargamento – serve anche a procrastinare questo passaggio traumatico.

Per approfondire: Vertice dei Balcani occidentali a Sofia: adozione di importanti iniziative per rafforzare la cooperazione regionale e stimolare la ripresa socioeconomica e la convergenza verso l’UE [sito Commissione europea]

Montenegro: il premier in pectore Zdravko Krivokapić ha annunciato la nuova squadra di governo: sarà un esecutivo tecnico. Già si registrano, però, scontri interni alla fragile maggioranza che lo dovrebbe sostenere.
Perché conta: nella proposta di Krivokapić, le priorità dovrebbero essere quattro – Stato di diritto, solidità finanziaria dello Stato, sanità ed educazione. Tradotto: smantellamento del sistema di potere allestito dall’attuale presidente Milo Đukanović, il cui Partito democratico dei socialisti Pds ha dominato la scena politica post-comunista montenegrina; risanamento dei conti pubblici, in rosso soprattutto a causa del pesante indebitamento con la Cina; contrasto alla pandemia. Sulla teoria sono tutti d’accordo, sulla pratica meno. Krivokapić, esponente della coalizione Per il futuro del Montenegro, è infatti da mesi impegnato in un braccio di ferro sia con le altre forze interne alla sua coalizione, in primis i filo-russi e filo-serbi del Fronte democratico, che con le altre due formazioni che dovrebbero formare il primo governo post-Đukanović da trent’anni a questa parte: La pace è la nostra nazionee Bianco e Nero. Krivokapić si ostina a voler varare un governo tecnico, senza la presenza di esponenti politici, mentre i suoi colleghi esigono cariche ministeriali. Il candidato premier, inoltre, ha accorpato alcuni ministeri, così che la squadra di governo proposta consta solo di dodici membri (tre donne). Un numero che, ha ricordato Krivokapić per non lasciare dubbi su quali siano i suoi principi ispiratori, ha il simbolismo dei dodici apostoli “di cui ci ha insegnato il metropolita Amfilohije”, l’influente patriarca ortodosso da poco scomparso. Come se non bastassero le faide interne alla maggioranza, pochi giorni dopo l’annuncio, l’ipotetica squadra di governo ha già perso un pezzo: il ministro dell’Interno proposto da Krivokapić, Nikola Terzić, si è sfilato, dopo esser stato accusato di essere troppo vicino a una delle forze di governo, Bianco e Nero. A due mesi e mezzo dalla storica sconfitta di Milo Đukanović la repubblica adriatica resta quindi senza un governo e le trattative sembrano ancora in alto mare. Numerosi indizi lasciano presumere che, anche qualora questa esperienza di governo riuscisse effettivamente a decollare, mancherebbe della forza necessaria per essere all’altezza delle sfide che l’attendono. Un’ottima notizia per l’ancien régime del Pds, pronto a riprendere le redini del paese dopo l’inaspettata batosta elettorale dello scorso 30 agosto.

Per approfondire: Politica e religione  [servizio tv di Estovest]

s.b