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martedì, 16 Agosto 2022

European Green Belt: come la Guerra fredda “ha protetto” la natura del Friuli Venezia Giulia

02.04.2021 – 10.52 – L’11 marzo scorso si è tenuta la conferenza “Natura e ecologia lungo la European Green Belt: flora, vegetazione e fauna” dove due esperti botanici, Pierpaolo Merluzzi e Giuseppe Oriolo, e un faunista esperto in piani di gestione di aree protette, Matteo De Luca hanno parlato dell’impatto a lungo termine sulla flora e la fauna dell’ex cortina di ferro. La trattazione si è incentrata prima sul continente europeo in generale e poi in modo più approfondito sulla nostra regione e sull’area lungo la fascia confinaria con Austria e Slovenia.
La European Green Belt o Cintura Verde Europea è il nome che viene dato alle ex zone di confine tra i due blocchi diventate col tempo delle miracolose oasi naturali. L’utilizzo militare di queste aree e il loro successivo abbandono hanno de facto protetto una gigantesca area dalla caccia e dall’edilizia creando un corridoio verde che si estende dalla frontiera russo-finlandese a quella turco-bulgara. Fascia che è importante proteggere, sia perché vi hanno trovato casa specie altrimenti estinte, come ad esempio l’allodola che in Friuli Venezia Giulia ormai vive solamente negli ex poligoni militari, sia come simbolo dell’unità europea post guerra fredda.

Nella nostra regione passa la parte della cintura che coincide con il confine della Slovenia (ex Jugoslavia) e con la Repubblica d’Austria. Nell’area rivestono particolare importanza i parchi transfrontalieri del Triglav e delle Prealpi Giulie; e in generale le ampie aree protette soprattutto in Slovenia, dove corrispondono al 30% della nazione, ma anche in misura minore nella nostra regione. L’Austria, invece, ha manifestato uno scarso interesse a proteggere la European Green Belt.

In Friuli Venezia Giulia la European Green Belt si affaccia su tre ambienti distinti che ammontano in totale a 80 chilometri. A nord vi sono le zone montuose con una naturalità estesa e compatta. Poi in pianura vi è un ambiente fortemente agricolo con scarsi residui naturali, in particolare nella zona del Collio dove le coltivazioni vitivinicole hanno ormai assorbito l’area di frontiera. E infine la costa, la quale è pesantemente urbanizzata e dove i pochi ambienti naturali sono isolati tra loro e si segnalano alcuni radi spazi di landa carsica sopravvissuti proprio grazie alle servitù militari.
Un problema che ostacola la tutela dell’area in Friuli Venezia Giulia è il fatto che la linea di difesa qui presente, contrariamente ad altre realtà europee, non era continua, ma puntiforme con il risultato che le servitù militari sparpagliate hanno creato tante piccole oasi naturali la cui collocazione diffusa rende difficile circoscrivere aree precise di tutela. Un’altra difficoltà importante è il forte sfruttamento rurale sia della fascia centrale della regione sia, con minore gravità, del Carso, che spinge per inglobare le servitù militari a fini agricolo-commerciali.

A dispetto di queste sfide molte specie animali e vegetali sono state in grado di sopravvivere e a volte prosperare in Friuli Venezia Giulia proprio grazie alla guerra fredda. Come ad esempio il gatto selvatico o l’allocco degli urali che originariamente erano diffusi solo nelle aree di confine, dove i cacciatori evitavano di andare per via del permesso speciale che era necessario, e poi hanno cominciato a diffondersi in tutta la regione. Altre specie sopravvivono proprio in virtù delle installazioni militari, come allodole e ortolani che negli ex poligoni hanno trovato delle praterie dove nidificare o come alcune rare specie di pipistrelli che hanno trovato casa nei bunker.
Vi sono poi naturalmente specie che hanno prosperato nel loro habitat, come la pernice bianca che mantiene la popolazione più vitale dell’arco alpino sui monti Mangart, Triglav e Camin, l’aquila di mare nel golfo di Trieste o il passero solitario nelle falesie di Duino. O nel ambito delle specie vegetali, nella Torbiera Scichizza sono presenti parecchie delicate specie tipiche tra cui delle delicate orchidee selvatiche.

In conclusione, abbiamo ereditato sia a livello regionale che europeo un patrimonio di biodiversità importante nato da una storia di dissidi e da successiva smemoratezza. Ma è importante studiarlo e preservarlo onde evitare che, come successo nel Collio, un tesoro biologico creato da un incidente della storia venga inevitabilmente danneggiato da interessi agricolo-commerciali.

a.z

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