A2A, turbogas ed ambiente: perché non si parla di energia rinnovabile mista?

06.06.21 – 16.47 – Un futuro, o meglio la destinazione finale, non ancora certo per la centrale di Monfalcone. Ciò che attualmente conosciamo è la proposta della A2A di costruire una centrale a turbogas al posto di quella a carbone, sottolineando così l’impegno dell’Unione Europea per il raggiungimento della decarbonizzazione (o neutralità carbonica) entro il 2050. Sebbene venga apportato, in termini di impatto ambientale, un miglioramento, non per tutti questa può configurarsi, nel 2021, come una decisiva mossa “green”, cosa invece da più parti sostenuta. Questo perché, sottolineano gli ambientalisti, l’obiettivo del 2030 è quello di ridurre i gas serra del 55 per cento e l’uso di metano non apporterebbe miglioramenti alla situazione climatica e alla sua evoluzione nel breve termine. Uno studio (pubblicato sul numero di novembre de “La chimica e l’industria”) di Nicola Armaroli, del Cnr di Bologna, indica le centrali a turbogas come “altamente inquinanti e pericolose per la salute dell’uomo” in quanto producono polveri fini e ultrafini, ritenute fra le più pericolose. Anche altre associazioni e studiosi dell’ambiente vanno ad indicarne le problematiche ambientali sebbene l’Istituto Inquinamento Atmosferico del CNR di Roma neghi tale impatto: per questo, a loro opinione, la legge, purtroppo, risulterebbe inadeguata in quanto “per ottenere l’autorizzazione per nuove centrali si richiede la stima della produzione di particolato ultragrossolano emesso direttamente dai camini (primario), approccio utile per impianti a olio combustibile o carbone ma inutile per polveri di centrali a gas”. Non essendo, poi, l’idrogeno, una fonte primaria, la combustione e l’emissione di gas serra nocivi avverrebbe comunque.

L’uso dell’idrogeno avrebbe valenza positiva solamente nel caso una centrale elettrica venga utilizzata in un modo “green” completo, ovvero trasformandola in centrale ad idrogeno da fotovoltaico. L’alternativa sarebbe fattibile in futuro (tra l’altro nella proposta comunale si parla già di accumulatori elettrici e parco fotovoltaico. Gli accumulatori servirebbero per ovviare al problema dell’intermittenza dell’energia fotovoltaica rinnovabile). Quest’ultima ipotesi, però, potrebbe non trovare fattibilità nel presente in quanto occorrerebbero grandi quantità di fonte rinnovabile, attualmente non disponibili. Le tecnologie sono infatti ancora in fase di sperimentazione: la centrale più grande di questo tipo si trova a Fukushima ma, ad ora – commenta fra gli altri Legambiente – con insufficiente energia rinnovabile a disposizione. Si avrebbero molte più spese per riuscire a produrre idrogeno in quantità sufficienti che ad usare l’elettricità.

Tornando alla proposta iniziale di A2A per Monfalcone, l’azienda si avvarrebbe di una centrale a ciclo aperto e a ciclo combinato. La prima opzione concepisce la centrale in pronta disponibilità, ovvero in funzione su richiesta quando serve, ad esempio in caso la rete si trovi senza disponibilità di energia (per questo motivo lo Stato prevede il cosiddetto Capacity market). Essa avrebbe un rendimento più basso. La seconda opzione, a ciclo combinato, funzionerebbe con gas naturale in maniera continuata. E le alternative proposte invece dagli ambientalisti? La proposta di Legambiente è stata più volte quella di concentrare le attenzioni sulla vicina centrale di Torviscosa: “Non ha senso costruire una nuova centrale se basta aumentare del 20-30 per cento la potenza delle centrali a bassa potenza già esistenti”. Proposta che non incontra per gli ambientalisti problemi di fattibilità e che sarebbe attuabile anche per le altre centrali sparse in Italia. In aggiunta viene proposta la possibilità dell’uso di pompaggi da idroelettrico ed accumuli a batterie. Ciò che però rende diffidenti verso le energie rinnovabili è il fatto che in taluni casi risultano discontinue, con conseguente timore che possano non essere sufficienti in caso di bisogno a coprire la rete: da qui la necessità di realizzare centrali a turbogas, a prevenzione di eventuali rischi di black-out. Sempre Nicola Armaroli afferma che in Italia ed in Germania quasi il 40 per cento di energia è già prodotta da fonte rinnovabile e il problema non si è posto: “Ormai non ci sono più le singole centrali grandi ma i cittadini stessi sono diventati tanti piccoli produttori. Le rinnovabili non sono quindi un rischio perché, nel frattempo, la rete si è adeguata”. Non è così però ad esempio in Svezia, dove il rischio di blackout viene azzerato attraverso un aumento della disponibilità di energia nucleare, verso la quale il paese (come la più vicina Slovenia) sta andando.

Il ricercatore indica un’alternativa possibile alle centrali a turbogas: si tratta di energie rinnovabili miste. Il modello delle nuove centrali “green” si basa quindi su una centrale diffusa, che andrebbe a recuperare energia rinnovabile da fonti diverse. Ad esempio, un impianto in parte idroelettrico (situato sulla zona alpina), in parte fotovoltaico ed in parte eolico dal mare. In questo modo, il fabbisogno sarebbe garantito tramite una rete diffusa ed interconnessa. Importante, inoltre, favorire un lavoro connesso tramite integrazione tra fotovoltaico ed agricoltura. Di centrali che utilizzano energie rinnovabili miste, in Italia, però, ancora poche tracce: ci si chiede, quindi: non potrebbe essere un’opzione valida anche per la centrale di Monfalcone?

[m.p.][r.s.]