Rotterdam, spari verso la folla. Via le illusioni, Covid e società al punto di rottura

22.11.2021 – 11.00 – Spari della polizia verso la folla, con almeno due feriti che si sommano ad altri cinque e ad almeno venti arresti seguiti a una notte di proteste, lanci di pietre e petardi, l’incendio di un’auto di servizio degli agenti e manifestazioni di violenza seguite all’imposizione, da parte del governo olandese, di un lockdown parziale di tre settimane per arrestare l’aumento di casi di positività al Covid-19, assieme alla cancellazione di una parte delle festività di fine anno. Accade pochi giorni fa, il 20 novembre a Rotterdam, città simbolo, dal bombardamento del 1940, della resistenza al totalitarismo – resistenza espressa, da un popolo che della libertà ha sempre fatto il suo simbolo, purtroppo a volte in maniera estrema e contraddittoria; succede anche all’Aia, la capitale olandese (sede della Corte di Giustizia dell’ONU), e altre manifestazioni di protesta stanno per aver luogo; i manifestanti non accettano la proposta del passaporto vaccinale che il governo vorrebbe introdurre per l’accesso ai ristoranti e ai bar dopo che il numero di casi di Covid-19 per milione ha superato due giorni fa i mille (in Italia, siamo a dieci volte meno; in Austria, che ha chiuso la porta ai non vaccinati, si va verso i millecinquecento). In Olanda, il governo ritiene che la cancellazione dei fuochi d’artificio di fine anno possa arginare la saturazione delle terapie intensive.

Che cosa succede? Com’è possibile che in un paese come l’Olanda, nel cuore dell’Unione Europea e fra i suoi stati fondatori, si arrivi a un confronto di una violenza tale da giustificare l’uso delle armi contro i manifestanti da parte della polizia? È la fatica da virus: le persone sono stanche, il rispetto delle regole, via via, va attenuandosi, l’insofferenza sfoga nella reazione brusca fino al superamento dei limiti, l’insistenza delle autorità a ridurre o interrompere le occasioni di socializzazione che questa estate erano riprese sull’onda della vaccinazione (la frase: “È contento che sia finita?” pronunciata dalla volontaria che inoculava, in luglio, la seconda dose a chi aspettava diventa, così, emblematica) non viene più accettata; non vengono accettate, da una parte e dall’altra, le idee diverse, anche se ben motivate (dagli altri, ovvero i ‘pro’, e dagli uni, i ‘contro’, dove le virgolette restano un obbligo). Siamo arrivati a quel punto di rottura che ci aspettavamo, e le corde tese oltre ogni limite iniziano a rompersi e a scattare, colpendo le mani e il volto dello strumentista che dallo strumento ha preteso forse troppo (a volte suo malgrado e a fin di bene; altre meno).

È una lezione amara, che non solo l’Olanda ma tutta l’Europa si trova a dover imparare: il vaccino contro il Covid-19 è un’arma fondamentale per il contrasto alla malattia ma non è sufficiente. La politica, con i suoi leader scesi tutti in campo, fra febbraio e marzo, a indicare quella della vaccinazione e dell’immunità derivante dalla stessa come strada d’uscita dal Coronavirus, ha promesso troppo, e troppo presto: e ora, di fronte a una situazione nella quale gli stessi politici che avevano promesso si trovano a dover fare marcia indietro fra giustificazioni alcune imbarazzanti (come quella italiana, ovvero che sia tutta colpa dei non vaccinati; non è così, e la proporzione fra malati vaccinati e non vaccinati sta per rovesciarsi in un paese in cui la percentuale di vaccinati è fra le più alte del mondo, assieme a quella dell’Irlanda) e altre ancora meno accettabili, come la mancata destinazione di adeguati fondi alle sanità pubbliche che si nota nei piani di ripresa e resilienza o il voler identificare i bambini come responsabili dell’aumento dei contagi e quindi come platea da dover vaccinare di corsa, d’obbligo anche contro l’opinione dei genitori, per arrestare la diffusione del virus. Indubbiamente i non vaccinati che si ammalano stanno molto peggio di chi ha scelto il vaccino, e sono poi loro a mettere a dura prova le terapie intensive; ma sono i vaccinati asintomatici, che non si accorgono neppure di essere entrati in contatto con il virus, a essere probabilmente il veicolo principale delle nuove positività, e siccome i vaccinati, in un quadro in cui le infezioni avvengono in gran parte in ambito familiare o fra stretti conoscenti, un tampone non se lo fanno, è un circolo vizioso: ogni novembre (conclamata la stagionalità del Covid-19) si ripassa dal via e si è al punto di partenza di una presenza diventata endemica esattamente com’era stato previsto. L’immunità reale che dà il vaccino peraltro è anch’essa inferiore, e di un bel po’, alle promesse iniziali, e secondo due studi recentissimi, uno israeliano e l’altro del Qatar, dura molto poco, appena un paio di mesi, trascorsi i quali come vaccinati ci possiamo non tanto riammalare proprio perché spesso non ce ne accorgeremo (se non mi accorgo di star male, non sto male, detta in modo semplice), ma possiamo, con grande efficacia e in una stagione nella quale staremo più al chiuso (e non è sano), ridiventare veicoli di contagio. Con buona pace della terza dose.

In Europa, la media di dosi di vaccino anti-Covid somministrato è di 119 su 120 persone (in Africa, di 16, perché il vaccino lì non ci arriva, ce lo teniamo per noi pur di fronte alla scienza che spiega compatta come solo una vaccinazione globale possa servire). E contro il Covid-19, quindi, cosa potremo fare? Ancora una volta la risposta per ora resta solo nella sfera del probabile, e sembra essere il proseguire con le vaccinazioni fatte ogni anno, così come si fa per l’influenza; saranno poi i governi a dover decidere se imporre o no la vaccinazione, però di fronte a una malattia che potrà essere curata anche attraverso gli antivirali di nuova concezione e distribuzione una imposizione del vaccino, visti gli eventi avversi (che ci sono e stanno venendo ancora studiati), potrebbe essere difficile da digerire un punto di vista costituzionale e della libertà individuale, soprattutto se si scontra contro una mancata volontà ad assumersi, legalmente, le responsabilità degli eventi avversi stessi e dei possibili danni alla salute (magari con un assicurazione gratuita per il cittadino, o con qualcosa da decidere – ora, però, c’è il niente). Più probabile che quella contro il Covid-19 diventi una delle vaccinazioni consigliate alla platea di persone a rischio, come gli anziani. E per rimediare alla frattura sociale, profondissima, causata dalle limitazioni imposte, dai Green pass che si riveleranno via via inutili e dai lockdown, cosa si può fare? Molto poco, se non aspettare e dimenticare; dimenticare quanto accaduto a Rotterdam, e quanto accadrà in altre città, vorrà però dire anni spesi nella ricostruzione di quel dialogo che la politica ha lasciato da parte.

[r.s.]