L’assegno di divorzio e la pigrizia. Diritto 4.0

09.03.2021 – 10.50 – Cominciamo con una brutta notizia: tutti moriremo. E non è finita con le disgrazie: buona parte di noi finirà all’inferno. Adesso che abbiamo toccato il fondo, cerchiamo di risalire un po’ la china. Se dovremo finire all’inferno, per quale dei sette peccati capitali vorremmo essere stati condannati? Credo che la risposta sia pressoché unanime: vorremmo finire all’inferno dopo una vita di lussuria. Ma le statistiche dicono il contrario. Infatti, l’87 per cento dei condannati hanno peccato di accidia, cioè di pigrizia (fonte non verificata). In realtà, la scelta è ampia: potremmo scegliere tra superbia, avarizia, invidia, gola, ira e, naturalmente, lussuria. Ma, a conti fatti, la maggior parte dei viziosi pecca di accidia. Insomma, non c’è limite al peggio.

Nell’articolo scorso abbiamo visto come, oramai, in caso di divorzio non vale più il principio per cui gli ex-coniugi hanno diritto a mantenere lo stesso “tenore di vita”. Con la conseguenza che, al coniuge economicamente più svantaggiato non viene più assegnato un assegno mensile tale da permettergli di vivere con le stesse possibilità che aveva durante il matrimonio. Come avevo anticipato, ora approfondiamo l’argomento e parliamo della “pigrizia”.
A una signora viene revocato l’assegno divorzile, ma lei non si dà per vinta e si rivolge alla Corte di Cassazione chiedendo che il pagamento mensile le venga ripristinato. Molti gli argomenti che elenca a sostegno della sua domanda: innanzitutto, si lamenta che non è stato tenuto conto “del tenore di vita goduto dalla famiglia in costanza di matrimonio”. Ma già lo sappiamo che questo argomento è superato. Vediamo gli altri.
La donna si lamenta che l’assegno le è stato revocato perché “appariva astrattamente idonea alla attività lavorativa”, ma di questa “astratta idoneità non c’è prova”. Inoltre, la signora non lavora più da vent’anni e, essendo conseguentemente invecchiata, avrebbe intuibili difficoltà a reinserirsi nel mondo del lavoro. E, anche ove “avesse ripreso a svolgere attività lavorativa, ciò non le avrebbe potuto assicurare l’indipendenza economica”.

Purtroppo per la signora, i giudici scuotono la testa e non si lasciano convincere. La signora si lamenta della propria età? Ha 46 anni: non è una ragazzina ma è ancora perfettamente in grado di svolgere un lavoro. Ciò, anche tenuto conto “dell’assenza di patologie o condizioni di salute ostative all’attività lavorativa di addetta alle pulizie”. Cioè, gode di buona salute. Insomma, dov’è il problema? Per i giudici, l’unico problema è “l’atteggiamento rinunciatario della signora a trovare un’occupazione”, cioè, il fatto che la signora, pur potendo lavorare e raggiungere la propria autonomia economica, non lo faccia.
Un plauso alla decisione della Cassazione che, se non ha salvato l’assegno della signora, sicuramente ha contribuito a salvarne l’anima riportandola sulla retta via e tenendola lontana da una vita di vizio e peccato, che magari le avrebbe facilitato l’esistenza terrena, ma avrebbe potuto compromettere la sua permanenza nell’aldilà. (Cassazione Civile n. 2653/20-21). Nel prossimo articolo vedremo come anche una vita lontana dal peccato rischia di far perdere l’assegno divorzile.

[g.c.a.]